ARCO IUS

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22/04/08

GIUDICE DI PACE DI PALERMO, 22/04/2008

Anche nel trasporto aereo, ai sensi dell’art. 942 cod. nav., si configura la responsabilità del vettore in caso di ritardata consegna dei bagagli, con il relativo obbligo al risarcimento dei danni patrimoniali, (Cass. 27/10/2004, n.20787), mentre non può essere accolta la domanda al risarcimento dei danni non patrimoniali e da vacanza rovinata (c.d. danno esistenziale), negandosi la configurabilità, sulla base del fatto che costituirebbe un’astratta categoria di danno che vìola la tipicità dell’art. 2059 c.c., (conf. Cass. 20/04/2007 nn. 9510 e 9514; Cass. 09/11/2006n. 23918; Cass. 19/05/2006 n. 11761; Cass. 15/07/2005 n.15022; contra Cass. 6/02/2007 n.2546; Cass. Sez. Un., 24/03/2006, n. 6572; Cass. 12/06/2006 n. 13546; G.d.P. Mestre 22/11/2004 e G.d.P. Bari 7/11/2003; C.Giust. CE sez. VI, 12/03/2002 n. ). M.e O. c. Alitalia S.p.A. - Giud. Vitale.

Trib. Genova, 22/04/2008

La disposizione dettata dall'art. 1469 bis, comma 3, n. 19, c.c., va interpretata nel senso che il legislatore, nelle controversie tra consumatore e professionista, ha stabilito la competenza territoriale esclusiva del giudice del luogo in cui il consumatore ha la residenza o il domicilio elettivo. La norma, avendo natura processuale, è applicabile nelle cause iniziate dopo la sua entrata in vigore, anche se relative a controversie derivanti da contratti stipulati anteriormente. (Cass. n. 385 dell’1 gennaio 2007)

17/04/08

Corte di Giustizia Europea, I sez., sent. 17/04/08

In caso di sostituzione del prodotto difettoso, l’azienda non può pretendere l’indennità di compensazione relativa al periodo di utilizzo del bene viziato.
Corte di Giustizia Europea
Prima Sezione
Sentenza 17 aprile 2008

Presidente e relatore Jann
Ricorrente Bundesgerichshof (Germania)
Causa C–404/06
«Tutela dei consumatori – Direttiva 1999/44/CE – Vendita e garanzie dei beni di consumo – Diritto del venditore di esigere dal consumatore, in caso di sostituzione di un bene non conforme, un’indennità per l’uso di tale bene – Gratuità dell’uso del bene non conforme»
1 La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’art. 3 della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 25 maggio 1999, 1999/44/CE, su taluni aspetti della vendita e delle garanzie dei beni di consumo (GU L 171, pag. 12; in prosieguo: la «direttiva»).
2 Tale domanda è stata proposta nell’ambito di una controversia tra la Quelle AG (in prosieguo: la «Quelle»), una società di vendite per corrispondenza, ed il Bundesverband der Verbraucherzentralen und Verbraucherverbände (in prosieguo: il «Bundesverband»), un’associazione di consumatori riconosciuta che ha ricevuto un apposito mandato dalla sig.ra Brüning, cliente della detta società.

Contesto normativo
La normativa comunitaria
3 La direttiva è stata adottata sulla base dell’art. 95 CE. Il suo primo ‘considerando’ ricorda che, a norma dell’art. 153, nn. 1 e 3, CE, la Comunità europea deve garantire un elevato livello di tutela dei consumatori mediante misure che essa adotta in applicazione dell’art. 95 CE.
4 L’art. 3 della direttiva, intitolato «Diritti del consumatore», prevede quanto segue:
«1. Il venditore risponde al consumatore di qualsiasi difetto di conformità esistente al momento della consegna del bene.
2. In caso di difetto di conformità, il consumatore ha diritto al ripristino, senza spese, della conformità del bene mediante riparazione o sostituzione, a norma del paragrafo 3, o ad una riduzione adeguata del prezzo o alla risoluzione del contratto relativo a tale bene, conformemente ai paragrafi 5 e 6.
3. In primo luogo il consumatore può chiedere al venditore di riparare il bene o di sostituirlo, senza spese in entrambi i casi, salvo che ciò sia impossibile o sproporzionato.
Un rimedio è da considerare sproporzionato se impone al venditore spese irragionevoli in confronto all’altro rimedio (...).
Le riparazioni o le sostituzioni devono essere effettuate entro un lasso di tempo ragionevole e senza notevoli inconvenienti per il consumatore, tenendo conto della natura del bene e dello scopo per il quale il consumatore ha voluto il bene.
4. L’espressione “senza spese” nei paragrafi 2 e 3 si riferisce ai costi necessari per rendere conformi i beni, in particolar modo con riferimento alle spese di spedizione e per la mano d’opera e i materiali.
5. Il consumatore può chiedere una congrua riduzione del prezzo o la risoluzione del contratto:
– se il consumatore non ha diritto né alla [riparazione] né alla sostituzione o
– se il venditore non ha esperito il rimedio entro un periodo ragionevole ovvero
– se il venditore non ha esperito il rimedio senza notevoli inconvenienti per il consumatore.
(…)».
5 Ai sensi del quindicesimo ‘considerando’ della direttiva, «gli Stati membri possono prevedere che il rimborso al consumatore può essere ridotto, in considerazione dell’uso che quest’ultimo ha fatto del bene dal momento della consegna; (...) [le modalità di] risoluzione del contratto [possono] essere stabilit[e] dalla legislazione nazionale».
6 L’art. 5, n. 1, prima frase, della direttiva, intitolato «Termini», così dispone:
«Il venditore è responsabile, a norma dell’articolo 3, quando il difetto di conformità si manifesta entro il termine di due anni dalla consegna del bene».
7 L’art. 8, n. 2, della direttiva, intitolato «Diritto nazionale e protezione minima», stabilisce quanto segue:
«Gli Stati membri possono adottare o mantenere in vigore, nel settore disciplinato dalla presente direttiva, disposizioni più rigorose, compatibili con il trattato, per garantire un livello più elevato di tutela del consumatore».
La normativa nazionale
8 Tra le disposizioni del codice civile tedesco (Bürgerliches Gesetzbuch; in prosieguo: il «BGB») adottate per la trasposizione della direttiva nell’ordinamento giuridico tedesco figurano in particolare gli artt. 439 e 346.
9 L’art. 439, n. 4, del BGB, intitolato «Adempimento successivo», dispone quanto segue:
«(...)
Qualora il venditore consegni un bene esente da vizi a titolo di adempimento successivo, può esigere dall’acquirente la restituzione del bene viziato, nei termini e modi stabiliti dagli artt. 346-348».
10 L’art. 346, nn. 1-3, del BGB, intitolato «Effetti del recesso», recita:
«1. Qualora una delle parti si sia riservata contrattualmente un diritto di recesso, o tale diritto le spetti in forza di una norma di legge, l’esercizio del recesso implica la riconsegna delle prestazioni ricevute e la restituzione degli utili ottenuti.
2. Al posto della riconsegna o della restituzione, il debitore è tenuto a corrispondere un rimborso di valore equivalente:
1) qualora la riconsegna o la restituzione sia esclusa in base alla natura di quanto ottenuto,
2) qualora egli abbia consumato, alienato, gravato, lavorato o trasformato l’oggetto ricevuto,
3) in caso di deterioramento o perimento del bene; resta però escluso il deterioramento derivante dall’uso normale del bene.
Nel caso in cui il contratto preveda una controprestazione, essa dev’essere posta alla base del calcolo del rimborso del valore; se deve essere corrisposto il rimborso del valore per i vantaggi derivanti dall’utilizzazione di un mutuo, è ammessa la prova diretta a dimostrare che il valore di tali vantaggi era inferiore.
3. L’obbligo di rimborso del valore si estingue:
1) se il vizio legittimante il recesso si è manifestato solo durante la lavorazione o la trasformazione dell’oggetto,
2) se ed in quanto il deterioramento o il perimento sia imputabile al creditore, o se il danno sarebbe ugualmente sorto presso quest’ultimo,
3) qualora, in caso di diritto legale di recesso, il deterioramento o il perimento si sia verificato presso l’avente diritto sebbene questi abbia agito con la diligenza che è solito prestare nei propri affari.
L’arricchimento residuo dev’essere reso».
11 L’art. 100 del BGB, intitolato «Utili», dispone quanto segue:
«Gli utili sono i frutti di una cosa o di un diritto nonché i vantaggi derivanti dall’uso della cosa o dal godimento del diritto».
Causa principale e questione pregiudiziale
12 Nel corso del mese di agosto dell’anno 2002, la Quelle ha fornito alla sig.ra Brüning, per suo uso privato, un «set forno/piano cottura». All’inizio dell’anno 2004, l’acquirente ha constatato che l’apparecchio presentava un difetto di conformità. Essendo impossibile una riparazione, la sig.ra Brüning ha restituito l’apparecchio alla Quelle, che ha provveduto alla sua sostituzione con uno nuovo. La detta società ha tuttavia preteso che la sig.ra Brüning le versasse una somma di EUR 69,97 a titolo di indennità per i vantaggi da essa ritratti dall’utilizzo dell’apparecchio inizialmente fornito.
13 Il Bundesverband, agendo in veste di mandatario della sig.ra Brüning, ha chiesto che a quest’ultima venga rimborsata la somma suddetta. L’associazione ricorrente ha inoltre chiesto che, in caso di sostituzione di un bene non conforme al contratto di vendita (in prosieguo: il «bene non conforme»), la Quelle venga condannata ad astenersi dal fatturare importi per l’utilizzazione di tale bene.
14 Il giudice di primo grado ha accolto la domanda di rimborso ed ha respinto le conclusioni intese ad ottenere un’ingiunzione nei confronti della Quelle ad astenersi dal fatturare importi per l’uso di un bene non conforme. Gli appelli interposti contro tale pronuncia tanto dalla Quelle quanto dal Bundesverband sono stati respinti. Adito con ricorso per cassazione (Revision), il Bundesgerichtshof constata come dal combinato disposto degli artt. 439, n. 4, e 346, nn. 1 e 2, punto l, del BGB risulti che il venditore ha diritto, in caso di sostituzione di un bene non conforme, ad un’indennità a titolo di compensazione dei vantaggi che l’acquirente ha ritratto dall’uso di tale bene fino alla sua sostituzione con un nuovo bene.
15 Pur esprimendo riserve in merito all’onere unilaterale così imposto all’acquirente, il Bundesgerichtshof fa presente che non vede alcuna possibilità di correggere la normativa nazionale per via interpretativa. Infatti, un’interpretazione secondo cui il venditore non potrebbe chiedere un’indennità all’acquirente per l’utilizzazione del bene sostituito entrerebbe in contrasto con il tenore letterale delle pertinenti disposizioni del BGB nonché con la volontà chiaramente dichiarata dal legislatore, e sarebbe vietata dall’art. 20, n. 3, della Costituzione (Grundgesetz), in forza del quale il potere giudiziario è assoggettato alla legge e al diritto.
16 Tuttavia, dubitando della conformità delle disposizioni del BGB alla normativa comunitaria, il Bundesgerichtshof ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte la seguente questione pregiudiziale:
«Se l’art. 3, n. 2 e, in combinato disposto, nn. 3, primo comma, e 4, della direttiva (...), ovvero l’art. 3, n. 3, terzo comma, della detta direttiva debbano essere interpretati nel senso che ostano a una normativa nazionale ai sensi della quale il venditore, in caso di ripristino della conformità di un bene di consumo mediante sostituzione del medesimo, può esigere dal consumatore un’indennità per l’utilizzo del bene non conforme inizialmente consegnato».
Sulla questione pregiudiziale
17 Con tale questione il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se l’art. 3 della direttiva debba essere interpretato nel senso che osta ad una normativa nazionale la quale consenta al venditore, nel caso in cui abbia venduto un bene di consumo presentante un difetto di conformità, di esigere dal consumatore un’indennità per l’uso di tale bene non conforme fino alla sua sostituzione con un bene nuovo.
Sulla ricevibilità
18 All’udienza la Quelle ha sostenuto che la questione pregiudiziale non è ricevibile, in quanto il giudice del rinvio ha fatto presente che le disposizioni nazionali di trasposizione della direttiva lasciano adito ad un’unica interpretazione e che il diritto costituzionale tedesco vieta ad esso giudice un’interpretazione contra legem. Pertanto, nel caso in cui la Corte interpretasse l’art. 3 della direttiva in senso diverso, il detto giudice nazionale non potrebbe tener conto della risposta fornita dalla giurisdizione comunitaria.
19 A tale proposito, occorre ricordare che, nell’ambito di un procedimento ex art. 234 CE, basato sulla netta separazione di funzioni tra i giudici nazionali e la Corte, spetta esclusivamente al giudice nazionale, cui è stata sottoposta la controversia e che deve assumersi la responsabilità dell’emananda decisione giurisdizionale, valutare, alla luce delle particolari circostanze della causa, sia la necessità di una pronuncia pregiudiziale per essere in grado di emettere la propria sentenza, sia la rilevanza delle questioni che sottopone alla Corte. Di conseguenza, se le questioni sollevate riguardano l’interpretazione del diritto comunitario, la Corte, in via di principio, è tenuta a pronunciarsi (v., in particolare, sentenze 22 giugno 2006, causa C-419/04, Conseil général de la Vienne, Racc. pag. I-5645, punto 19, e 18 luglio 2007, causa C-119/05, Lucchini, Racc. pag. I-6199, punto 43).
20 Il rifiuto di statuire su una questione pregiudiziale sollevata da un giudice nazionale è possibile solo qualora risulti manifestamente che la richiesta interpretazione del diritto comunitario non ha alcuna relazione con i reali termini o l’oggetto della causa principale, qualora il problema sia di natura ipotetica, oppure qualora la Corte non disponga degli elementi di fatto o di diritto necessari per fornire una soluzione utile alle questioni che le sono sottoposte (v., in particolare, sentenze Conseil général de la Vienne, cit., punto 20, e Lucchini, cit., punto 44).
21 Tali ipotesi non risultano sussistenti nel caso di specie.
22 Il fatto che, a seguito della risposta fornita dalla Corte ad un quesito pregiudiziale riguardante l’interpretazione di una direttiva, sussista incertezza in merito alla possibilità per il giudice nazionale di interpretare, nel rispetto dei principi elaborati dalla Corte (v., in tal senso, sentenze 5 ottobre 2004, cause riunite da C-397/01 a C-403/01, Pfeiffer e a., Racc. pag. I-8835, punti 113-116, nonché 4 luglio 2006, causa C-212/04, Adeneler e a., Racc. pag. I-6057, punti 110-112), le norme nazionali alla luce di tale risposta, non può influire sull’obbligo incombente alla Corte di statuire sulla questione sottopostale. Qualsiasi altra soluzione sarebbe infatti incompatibile con la finalità stessa delle competenze riconosciute alla Corte dall’art. 234 CE, le quali mirano essenzialmente a garantire un’applicazione uniforme del diritto comunitario da parte dei giudici nazionali (sentenze 6 dicembre 2005, causa C-461/03, Gaston Schul Douane-expediteur, Racc. pag. I-10513, punto 21, e 10 gennaio 2006, causa C-344/04, IATA e ELFAA, Racc. pag. I-403, punto 27).
23 Ne consegue che la domanda di pronuncia pregiudiziale è ricevibile.
Nel merito
24 Ad avviso del Bundesverband, dei governi spagnolo e austriaco, nonché della Commissione delle Comunità europee, l’art. 3, n. 3, della direttiva stabilisce chiaramente che il venditore è tenuto ad effettuare senza spese per il consumatore non soltanto la riparazione del bene non conforme, ma anche, se del caso, la sostituzione del medesimo con un bene conforme. L’obbligo di gratuità sarebbe un elemento imprescindibile, che mirerebbe a tutelare l’acquirente dal rischio di oneri finanziari che potrebbero dissuaderlo dal far valere i propri diritti.
25 Il governo tedesco fa osservare come il testo della direttiva non disciplini la questione se il venditore possa, in caso di sostituzione di un bene non conforme, esigere un’indennità per l’utilizzazione di quest’ultimo. Esso sottolinea che, da un punto di vista sistematico, il quindicesimo ‘considerando’ della direttiva esprime un principio di diritto a carattere assolutamente generale, il quale conferisce agli Stati membri piena libertà di stabilire in quali situazioni il consumatore è tenuto a versare un’indennità per l’uso di un bene.
26 In via preliminare occorre ricordare che, ai sensi dell’art. 3, n. 1, della direttiva, il venditore risponde, nei confronti del consumatore, di qualsiasi difetto di conformità esistente al momento della consegna del bene.
27 L’art. 3, n. 2, della direttiva elenca i diritti che il consumatore può far valere nei confronti del venditore in caso di difetto di conformità del bene consegnato. In primo luogo, il consumatore ha il diritto di esigere il ripristino della conformità del bene. Ove non sia possibile ottenere tale ripristino della conformità del bene, il consumatore può esigere, in seconda battuta, una riduzione del prezzo o la risoluzione del contratto.
28 Quanto al ripristino della conformità del bene, l’art. 3, n. 3, della direttiva precisa che il consumatore ha il diritto di esigere dal venditore la riparazione del bene o la sua sostituzione, in entrambi i casi senza spese, a meno che la sua richiesta non sia impossibile da soddisfare o sproporzionata.
29 Il governo tedesco fa valere che tanto nella proposta di direttiva 96/C 307/09 del Parlamento europeo e del Consiglio sulla vendita e le garanzie dei beni di consumo (GU 1996, C 307, pag. 8), quanto nella proposta modificata di direttiva 98/C 148/11 del Parlamento europeo e del Consiglio (GU 1998, C 148, pag. 12), presentate dalla Commissione, il testo normativo prevedeva unicamente la «riparazione del bene senza spese» o, in alternativa, la «sostituzione» del bene stesso. Tale silenzio in ordine alle conseguenze finanziarie di una sostituzione comproverebbe che non era previsto che la direttiva disciplinasse la questione di un’eventuale indennità per l’uso del bene.
30 Tuttavia, tale circostanza è totalmente irrilevante, dal momento che è appunto l’espressione «senza spese in entrambi i casi», apparsa nella posizione comune (CE) n. 51/98, definita dal Consiglio il 24 settembre 1998 in vista dell’adozione della direttiva (GU C 333, pag. 46), quella che è stata accolta nel testo definitivo, traducendo così la volontà del legislatore comunitario di rafforzare la tutela del consumatore.
31 Quanto all’espressione «senza spese», essa viene definita all’art. 3, n. 4, della direttiva come riferentesi «ai costi necessari per rendere conformi i beni, in particolar modo con riferimento alle spese di spedizione e per la mano d’opera e i materiali». Dal fatto che il legislatore comunitario utilizza la locuzione avverbiale «in particolar modo» risulta che tale elenco presenta carattere esemplificativo e non tassativo.
32 La circostanza, fatta valere dal governo tedesco, che il comunicato stampa del comitato di conciliazione «Parlamento – Consiglio» C/99/77 del 18 marzo 1999, relativo all’accordo sulle garanzie ai consumatori, fornisca una definizione limitativa dell’espressione «senza spese» è, al riguardo, irrilevante. Infatti, secondo una costante giurisprudenza, quando una dichiarazione inserita in un verbale del Consiglio non trova alcun riscontro nel testo di una disposizione di diritto derivato, essa non può essere presa in considerazione per interpretare tale disposizione (v., in particolare, sentenze 26 febbraio 1991, causa C-292/89, Antonissen, Racc. pag. I-745, punto 18, e 10 gennaio 2006, causa C-402/03, Skov e Bilka, Racc. pag. I-199, punto 42).
33 Risulta pertanto sia dal tenore letterale sia dai pertinenti lavori preparatori della direttiva che il legislatore comunitario ha inteso fare della gratuità del ripristino della conformità del bene da parte del venditore un elemento essenziale della tutela garantita al consumatore da tale direttiva.
34 Tale obbligo incombente al venditore di gratuità del ripristino della conformità del bene, indipendentemente dal fatto che esso venga attuato mediante riparazione o sostituzione del bene non conforme, mira a tutelare il consumatore dal rischio di oneri finanziari che, come rilevato dall’avvocato generale al paragrafo 49 delle sue conclusioni, potrebbe dissuadere il consumatore stesso dal far valere i propri diritti in caso di assenza di una tutela di questo tipo. Tale garanzia di gratuità voluta dal legislatore comunitario porta ad escludere la possibilità di qualsiasi rivendicazione economica da parte del venditore nell’ambito dell’esecuzione dell’obbligo a lui incombente di ripristino della conformità del bene oggetto del contratto.
35 Tale interpretazione risulta corroborata dall’intenzione, manifestata dal legislatore comunitario all’art. 3, n. 3, terzo comma, della direttiva, di garantire al consumatore una tutela effettiva. Tale disposizione precisa infatti che le riparazioni e le sostituzioni devono essere effettuate non soltanto entro un lasso di tempo ragionevole, ma altresì senza notevoli inconvenienti per il consumatore.
36 La detta interpretazione risulta inoltre conforme alla finalità della direttiva, che, come indicato dal suo primo ‘considerando’, è di garantire un livello elevato di protezione dei consumatori. Come risulta dall’art. 8, n. 2, della direttiva, la protezione offerta da quest’ultima costituisce una garanzia minima e gli Stati membri, pur potendo adottare disposizioni più rigorose, non possono pregiudicare le garanzie previste dal legislatore comunitario.
37 Gli altri argomenti addotti dal governo tedesco contro un’interpretazione siffatta non valgono ad inficiare la correttezza della stessa.
38 Quanto, da un lato, alla portata che occorre riconoscere al quindicesimo ‘considerando’ della direttiva, il quale accorda la possibilità di prendere in considerazione l’uso che il consumatore ha fatto del bene non conforme, è importante rilevare come la prima parte di tale ‘considerando’ faccia riferimento ad un «rimborso» da versare al consumatore, mentre la seconda parte menziona le «[modalità di] risoluzione del contratto». Tali termini sono identici a quelli utilizzati nella posizione comune del Consiglio cui ha fatto riferimento anche il governo tedesco.
39 Questa terminologia mostra chiaramente come l’ipotesi considerata dal quindicesimo ‘considerando’ sia limitata al caso della risoluzione del contratto, previsto dall’art. 3, n. 5, della direttiva, caso nel quale, in applicazione del principio della mutua restituzione dei vantaggi ricevuti, il venditore deve rimborsare al consumatore il prezzo di vendita del bene. Pertanto, contrariamente a quanto sostenuto dal governo tedesco, il quindicesimo ‘considerando’ non può essere interpretato come un principio generale che autorizzi gli Stati membri a prendere in considerazione, in tutte le situazioni in cui essi lo desiderino – ivi compresa quella di una semplice domanda di sostituzione presentata ai sensi dell’art. 3, n. 3, della direttiva –, l’uso che il consumatore ha fatto di un bene non conforme.
40 Quanto, dall’altro lato, all’affermazione del governo tedesco, secondo cui la possibilità per il consumatore di beneficiare, mediante la sostituzione di un bene non conforme, di un nuovo bene senza essere tenuto a versare una compensazione economica costituirebbe un arricchimento senza causa, occorre ricordare che l’art. 3, n. 1, della direttiva pone a carico del venditore la responsabilità, nei confronti del consumatore, di qualsiasi difetto di conformità esistente al momento della consegna del bene.
41 Il venditore, ove fornisca un bene non conforme, non esegue correttamente l’obbligazione che si era assunto con il contratto di vendita e deve dunque sopportare le conseguenze di tale inesatta esecuzione del contratto medesimo. Ricevendo un nuovo bene in sostituzione del bene non conforme, il consumatore, che ha invece versato il prezzo di vendita e dunque correttamente eseguito la propria obbligazione contrattuale, non beneficia di un arricchimento senza causa. Egli non fa altro che ricevere, in ritardo, un bene conforme alle clausole del contratto, quale avrebbe dovuto ricevere sin dall’inizio.
42 Del resto, gli interessi economici del venditore sono tutelati, da un lato, dal termine di prescrizione di due anni previsto dall’art. 5, n. 1, della direttiva e, dall’altro, dalla possibilità che gli è concessa dall’art. 3, n. 3, secondo comma, di quest’ultima di rifiutare la sostituzione del bene nel caso in cui tale rimedio si riveli sproporzionato in quanto gli impone spese irragionevoli.
43 Tenuto conto dell’insieme delle considerazioni sopra esposte, occorre risolvere la questione sollevata dichiarando che l’art. 3 della direttiva deve essere interpretato nel senso che osta ad una normativa nazionale la quale consenta al venditore, nel caso in cui abbia venduto un bene di consumo presentante un difetto di conformità, di esigere dal consumatore un’indennità per l’uso di tale bene non conforme fino alla sua sostituzione con un bene nuovo.
Sulle spese
44 Nei confronti delle parti nella causa principale il presente procedimento costituisce un incidente sollevato dinanzi al giudice nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese. Le spese sostenute da altri soggetti per presentare osservazioni alla Corte non possono dar luogo a rifusione.

Per questi motivi,

la Corte (Prima Sezione) dichiara:
L’art. 3 della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 25 maggio 1999, 1999/44/CE, su taluni aspetti della vendita e delle garanzie dei beni di consumo, deve essere interpretato nel senso che osta ad una normativa nazionale la quale consenta al venditore, nel caso in cui abbia venduto un bene di consumo presentante un difetto di conformità, di esigere dal consumatore un’indennità per l’uso di tale bene non conforme fino alla sua sostituzione con un bene nuovo.

Corte giustizia comunita' Europee Sez. I, 17/04/2008, n. 404

L'art. 3 della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio n. 1999/44/CE, del 25 maggio 1999, su taluni aspetti della vendita e delle garanzie dei beni di consumo, deve essere interpretato nel senso che osta ad una normativa nazionale la quale consenta al venditore, nel caso in cui abbia venduto un bene di consumo presentante un difetto di conformità, di esigere dal consumatore un'indennità per l'uso di tale bene non conforme fino alla sua sostituzione con un bene nuovo.

14/04/08

Cass. civ. Sez. lavoro Sent., 14/04/2008, n. 9812

Le prestazioni svolte dai lavoratori di call center devono essere inquadrate nel lavoro subordinato, e non nel lavoro autonomo, per le caratteristiche del lavoro svolto: necessità di seguire le direttive dell'azienda in relazione ad ogni singola telefonata, orario di lavoro preciso, utilizzazione di attrezzature e materiali di proprietà della società, necessità di giustificare le assenze. Il datore di lavoro è pertanto tenuto a versare i contributi.
omissis
Svolgimento del processo
Con ricorso depositato il 10.3.1998 la società S. s.a.s, in persona del socio accomandatario, società esercente attività di prestazione di servizi per il settore pubblicitario, conveniva l'Inps avanti al Tribunale di Padova per sentire accertare la natura autonoma del rapporto di lavoro intercorso con 27 lavoratori, in maggior parte donne, con mansioni di telefonista o segretaria, di cui al verbale ispettivo n. 7314/97 dell'11.11.1997.L'Inps si costituiva e in via riconvenzionale chiedeva che, previo accertamento della natura subordinata del lavoro svolto dalle dipendenti indicate nel rapporto ispettivo, la società venisse condannata al pagamento di L. 524.345.553 per contributi omessi, somme aggiuntive e accessori.Il Tribunale di Padova, con sentenza n. 19/2001, dichiarava che il lavoro intercorso con le lavoratrici aveva natura autonoma e che la società nulla doveva all'Istituto previdenziale.La Corte di appello di Venezia, in parziale riforma della decisione del Tribunale, dichiarava che il lavoro svolto da n. 15 dipendenti, tra quelli indicati nel rapporto ispettivo, aveva natura subordinata e di conseguenza condannava la società al pagamento dei contributi, somme aggiuntive e accessori quantificati dall'Inps per dette dipendenti.Per tutte dette dipendenti la Corte territoriale riteneva raggiunta la prova dello stabile inserimento nell'organizzazione produttiva dell'azienda e della sottoposizione al potere direttivo, disciplinare é di controllo del datore di lavoro.Per la cassazione di tale sentenza la società ha proposto ricorso sostenuto da tre motivi. L'Inps resiste con controricorso.

Motivi della decisione
Con il primo motivo di ricorso, denunciando violazione degli artt. 2094 e 2222 cod. civ. e omessa motivazione, la ricorrente censura la sentenza impugnata per aver affermato la natura subordinata del rapporto di lavoro senza tener conto delle deposizioni testimoniali raccolte, dalle quali era possibile ricavare l'insussistenza degli elementi caratterizzanti la subordinazione, quali la sottoposizione al potere direttivo e disciplinare del datore di lavoro, la mancanza di un orario di lavoro e le modalità della retribuzione. Tali obbiettive deficienze, ravvisabili per tutte le dipendenti, erano del tutto evidenti in particolare per le dipendenti C.C., Z.L., P.D. e A.F..Con il secondo motivo, denunciando violazione dell'art. 2700 cod. civ. e omessa motivazione, la ricorrente si duole che la Corte territoriale abbia affermato che la sig.ra C.S. aveva svolto attività di lavoro subordinato per la S. sas, benché la predetta non avesse confermato in giudizio le dichiarazioni rese all'ispettore e quindi in mancanza di prova del lavoro subordinato, atteso che i verbali ispettivi non avevano efficacia probatoria piena con riferimento alle intrinseca veridicità delle dichiarazioni raccolte dall'ispettore. Al riguardo la motivazione della sentenza era anche contraddittoria perché la Corte per altre dipendenti aveva escluso il raggiungimento della prova del lavoro subordinato proprio perché le interessate non erano state sentite come testi.Con il terzo motivo, denunciando omessa e contraddittoria motivazione, la ricorrente censura la sentenza impugnata nella parte in cui ha affermato che da parte della S. sas non vi era stata alcuna contestazione degli importi dei contributi dovuti per ciascun dipendente precisati nel verbale ispettivo. Rileva invece la ricorrente che nella memoria di costituzione avverso la domanda riconvenzionale dell'Inps la società aveva espressamente contestato i conteggi e che l'istituto, a fronte di tale tempestiva contestazione, non aveva formulato in primo grado alcuna istanza istruttoria per provare la fondatezza della propria pretesa.Il ricorso nel suo complesso non è meritevole di accoglimento. Il primo motivo è infondato. Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte l'elemento decisivo che contraddistingue il rapporto di lavoro subordinato dal lavoro autonomo è l'assoggettamento del lavoratore al potere direttivo, disciplinare e di controllo del datore di lavoro ed il conseguente inserimento del lavoratore in modo stabile ed esclusivo nell'organizzazione aziendale. Costituiscono poi indici sintomatici della subordinazione, valutabili dal giudice del merito sia singolarmente che complessivamente, l'assenza del rischio di impresa, la continuità della prestazione, l'obbligo di osservare un orario di lavoro, la cadenza e la forma della retribuzione, l'utilizzazione di strumenti di lavoro e lo svolgimento della prestazione in ambienti messi a disposizione dal datore di lavoro (vedi tra le tante Cass. n. 21028/2006, n. 4171/2006, n. 20669/2004).Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, infine, la qualificazione giuridica del rapporto di lavoro effettuata dal giudice di merito è censurabile in sede di legittimità soltanto limitatamente alla scelta dei parametri normativi di individuazione della natura subordinata o autonoma del rapporto, mentre l'accertamento degli elementi che rivelino l'effettiva presenza del parametro stesso nel caso concreto e che siano idonei a ricondurre la prestazione al suo modello, costituisce un apprezzamento di fatto delle risultanze processuali che, se immune da vizi logici e giuridici e adeguatamente motivato, non è sindacabile in sede di legittimità (cfr. tra le tante Cass. n. 4171/2006, n. 15275/2004, n. 8006/2004).La Corte territoriale ha fatto corretta applicazione di tali principi, per cui le censure che la ricorrente muove alla sentenza impugnata per violazione di legge si rivelano prive di fondamento. Altrettanto infondate sono le censure di omessa ed insufficiente motivazione. Il giudice del gravame ha preso in esame le numerose testimonianze raccolte ed i verbali ispettivi ed ha ritenuto elementi qualificanti della subordinazione delle dipendenti con mansioni di telefoniste le circostanze che seguivano le direttive impartite dall'azienda in relazione ad ogni telefonata da svolgere prendendo nota dell'esito e del numero di telefonate, che avevano un preciso orario di lavoro e che utilizzavano attrezzature e materiali di proprietà della società. Per quanto riguarda le dipendenti N., S., C. e B., che non svolgevano il lavoro di telefoniste, la Corte ha ritenuto sussistente la subordinazione per il fatto che erano tenute ad osservare un orario, che dovevano giustificare le assenze, che si avvalevano di attrezzature e materiali forniti dalla società e che si dovevano attenere alle direttive del datore di lavoro. Tutte le predette circostanze sono state ritenute dalla Corte, con un apprezzamento in fatto congruamente motivato e non suscettibile di riesame in sede di legittimità, sintomatiche dello stabile inserimento delle lavorataci nell'organizzazione aziendale e prova della natura subordinata del rapporto di lavoro.Le conclusioni cui è giunta la Corte per tutti i ventisette dipendenti non è censurabile neppure per le telefoniste C.C., Z.L., P.D. e A.F., atteso che le circostanze evidenziate dalla ricorrente nell'impugnazione non sono tali da escludere il rapporto di lavoro subordinato. La società, infatti, si duole che il giudice di appello non abbia riportato in sentenza e non abbia tenuto conto di alcune circostanze affermate dalle dipendenti in sede testimoniale; la ricorrente però ha omesso di trascrivere in ricorso il testo integrale delle testimonianze, come era suo preciso onere per il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, per cui le doglianze si rivelano del tutto irrilevanti. Per la A.F., inoltre, la Corte ha dato ampia giustificazione della propria decisione (pag. 16 della sent.).Infondato è anche il secondo motivo. La mancata deposizione testimoniale di C.S. non è motivo sufficiente per escludere la prova della natura subordinata del rapporto di lavoro intrattenuto con la società. La giurisprudenza di questa Corte è pacifica nell'affermare che i verbali redatti dai funzionari degli enti previdenziali o dagli ispettori del lavoro possono costituire prova sufficiente delle circostanze riferite dai lavoratori al pubblico ufficiale, qualora il loro specifico contenuto probatorio o il concorso di altri elementi renda superfluo l'espletamento di ulteriori mezzi istruttori (cfr. Cass. n. 3525/2005, n. 15702/2004, n. 9827/2000). La Corte territoriale, pertanto, ha fatto buon governo delle prove fondando il proprio convincimento sul verbale ispettivo e sulle dichiarazioni rese dalla dipendente al pubblico ufficiale. D'altro canto non si può dimenticare che la società, la quale ha agito in giudizio per l'accertamento della natura autonoma del rapporto di lavoro, non ha fornito alcuna prova al riguardo.Infondato, infine, è anche il terzo motivo di ricorso. La ricorrente censura la sentenza impugnata per aver affermato che la società non ha contestato i conteggi indicati dall'Inps nel verbale ispettivo. Al riguardo la ricorrente sostiene che nella memoria di costituzione avverso la domanda riconvenzionale dell'Inps ha affermato: "si contestano inoltre i conteggi e le cifre oggetto della domanda riconvenzionale, in quanto - del tutto privi di riscontro e di fondamento". Al riguardo va osservato che il principio di non contestazione dei fatti costituitivi della domanda opera in ogni caso in cui i fatti medesimi non siano contestati in modo preciso e dettagliato dal convenuto. A fronte di una precisa indicazione dei fatti costitutivi della pretesa (nominativo dei singoli lavoratori, orario di lavoro, retribuzione, contributi dovuti) non può reputarsi sufficiente ad escludere la pacifica ammissione una contestazione del convenuto del tutto generica, come quella contenuta nello scritto difensivo invocato dalla società. Per tutte le considerazioni sopra svolte il ricorso, dunque, deve essere respinto. Avuto riguardo all'esito finale della controversia ed al parziale riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato dei dipendenti della società, sussistono giusti motivi per compensare tra le parti le spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese del giudizio di cassazione.
Così deciso in Roma il 22 febbraio 2008.
Depositato in cancelleria il 14 aprile 2008.

10/04/08

CORTE DI GIUSTIZIA DELLE COMUNITA' EUROPEE, Sez. I, 10 Aprile 2008, Causa C-412/06

Tutela dei consumatori - Contratti negoziati fuori dei locali commerciali - Direttiva 85/577/CEE - Artt. 4, primo comma, e 5, n. 1 - Contratto di mutuo a lungo termine - Diritto di recesso - Dir. 85/577/CEE.
La direttiva del Consiglio 20 dicembre 1985, 85/577/CEE, per la tutela dei consumatori in caso di contratti negoziati fuori dei locali commerciali, dev'essere interpretata nel senso che il legislatore nazionale può prevedere che il diritto di recesso introdotto all’art. 5, n. 1, di detta direttiva può essere esercitato entro un mese dal pieno adempimento, ad opera delle parti contraenti, degli obblighi derivanti da un contratto di mutuo a lungo termine, qualora il consumatore abbia ricevuto un’informazione errata sulle modalità di esercizio di detto diritto.

Corte giustizia comunita' Europee Sez. I, 10/04/2008, n. 412

La Direttiva n. 85/577/CEE per la tutela dei consumatori in caso di contratti negoziati fuori dei locali commerciali deve essere interpretata nel senso che il legislatore nazionale può prevedere che il diritto di recesso introdotto dall'art. 5, n. 1 di detta direttiva può essere esercitato entro un mese dal pieno adempimento, ad opera delle parti contraenti, degli obblighi derivanti da un contratto di mutuo a lungo termine, qualora il consumatore abbia ricevuto un'informazione errata sulle modalità di esercizio di detto diritto.

09/04/08

GdP Pozzuoli, sent. 09.04.08

Titolo: Vacanza rovinata (soggiorno)

Massima: Nel contratto concluso con un tour operator per un soggiorno (non usufruito) presso un villaggio turistico, non trova applicazione la normativa di cui agli artt. 82 e seg. del D.L.vo 6/9/05 n.206 (codice del consumo) che regolamentano i servizi turistici e si applicano ai “pacchetti turistici tutto compreso” ma, deve applicarsi la normativa di cui agli artt. 13 e 15 della Convenzione di Bruxelles del 23/4/70 (resa esecutiva in Italia dalla legge 27/12/77 n.1084) che disciplina, tra l’altro, i contratti di intermediazione di viaggio.



REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

L’avv. Italo BRUNO,
Giudice di Pace del Mandamento di Pozzuoli,
ha pronunciato la seguente

S E N T E N Z A

nella causa iscritta al n° 1720/07 R.G. - Affari Contenziosi Civili - avente ad oggetto:
Risoluzione contrattuale e risarcimento danni,

T R A

(…) Lucia, res.te in (…) (NA) alla Via (…) n.(…) – c.f. (…) - elett.te dom.ta in (…) (NA) alla Via (…) n.(…) presso lo studio dell’avv. Procolo (…) che la rapp.ta e difende giusta mandato a margine dell’atto di citazione;
ATTRICE
E

S.p.A. IPERCLUB, in persona del legale rapp.te pro-tempore, con sede in (…) alla Via (…) n.(…) – P.Iva (…) - elett.te dom.ta in (…) alla Via (…) n.(…) presso lo studio dell’avv. Angelo (…) - rapp.ta e difesa dall’avv. Angela (…) giusta mandato in calce alla copia notificata dell’atto di citazione;
CONVENUTA

CONCLUSIONI

Per l’attrice: accogliere la domanda; dichiarare l’esclusiva responsabilità della Spa Iperclub, in persona del legale rapp.te pro-tempore, per l’inadempimento contrattuale e condannarla alla restituzione della somma di € 991,35 versata per il soggiorno, al pagamento della somma di € 1.224,00 quale somma spesa a seguito dell’inadempimento, oltre ad una somma, da quantificarsi in via equitativa quale risarcimento per l’inadempimento, nonché al risarcimento dei danni morali per il mancato godimento della vacanza e lo stress psico-fisico derivatone, oltre interessi dalla domanda sino al soddisfo, nonché spese, diritti ed onorari di giudizio con attribuzione al procuratore anticipatario.
Per la convenuta: rigettare la domanda in quanto infondata in fatto ed in diritto e non provata; vittoria di spese, diritti ed onorari di giudizio.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

(…) Lucia, con atto di citazione ritualmente notificato alla S.p.A. IPERCLUB il 2/2/07 la conveniva innanzi a questo Giudice affinché fosse riconosciuto l’inadempimento contrattuale da parte della stessa e condannata al pagamento il suo favore della somma di € 991,35 versata alla Società per il soggiorno, interamente ed oggettivamente “rovinato”, nonché al risarcimento dei danni materiali quantificati in € 1.224,00 e, morali da quantificarsi in via equitativa.
Nell’atto di citazione assumeva:
- che, in data 31/7/06 prenotava presso la Spa Iperclub una vacanza per il periodo dal 12 al 19 agosto 2006 nella struttura turistica “Green Park Village” di Vieste (FG), con sistemazione bilo 4 – due adulti ed un bambino;
- che in data 1/8/06 pagava il corrispettivo della vacanza a mezzo bonifico presso la Spa Bnl, Agenzia 41;
- che in data 1/8/06, la Spa Iperclub, a conferma della prenotazione e dell’avvenuto pagamento, inviava il “voucher” di soggiorno n. 255051 e la fattura n. 46713;
- che, in data 12/8/06 si recava presso la struttura turistica prescelta ma, giunta alla “reception” e presentato il “voucher”, le veniva comunicato la mancanza di disponibilità ad accoglierla;
- che, non avendo avuto altra valida possibilità di soggiorno, era costretta ad alloggiare altrove, sostenendo ulteriori spese;
- che, a nulla è valsa la richiesta di risarcimento danni avanzata alla Spa Iperclub a mezzo racc.ta a.r. n.12802878529-9 ricevuta il 22/9/06.
Instauratosi il procedimento, si costituiva la Spa Iperclub che contestava la domanda e ne chiedeva il rigetto.
In particolare, la Spa Iperclub assumeva che aveva comunicato all’attrice la mancanza di disponibilità nella struttura prenotata ed aveva offerto una valida alternativa di soggiorno presso un’altra struttura, prima accettata dall’attrice e poi, inopinatamente, rifiutata.
Esperito inutilmente il tentativo di conciliazione, veniva articolata, ammessa ed espletata prova per testi, nonché ammessi gli interrogatori formali, così come deferiti al legale rapp.te pro-tempore della Spa Iperclub ed all’attrice.
Sulle rassegnate conclusioni, all’udienza del 5/3/08, la causa veniva assegnata a sentenza.
MOTIVI DELLA DECISIONE

Dall’interrogatorio formale non reso dal legale rapp.te pro-tempore della Spa Iperclub, da quello reso dall’attrice e dalle prove testimoniali espletate, questo Giudice desume argomenti di prova che portano all’accoglimento della domanda, nei limiti di cui in motivazione.
Il rapporto contrattuale intercorso tra le parti non è contestato, come non è contestato il pagamento del corrispettivo pattuito.
Ciò che viene contestato è il mancato godimento del soggiorno nel periodo e nel villaggio prescelto.
L’attrice ha dimostrato con la prova testimoniale di non aver usufruito della vacanza programmata nel Villaggio “Green Park Village” di Vieste (FG) per mancanza di disponibilità di alloggi e, che fu costretta a pernottare ed a trascorre un breve periodo di “vacanza” presso un’altra struttura alberghiera, non confacente alle sue esigenze e molto diversa da quella prenotata.
La convenuta Spa Iperclub nulla ha dimostrato a suo discapito. La deposizione dell’unica teste escussa non può essere tenuta di conto in quanto “stralciata”. Infatti, la teste (…) Barbara non era stata indicata ed ammessa all’udienza di ammissione dei mezzi istruttori e, pertanto, giustamente e rettamente, l’attrice ne ha chiesto lo stralcio.
Pertanto, in applicazione dell’art. 1453 del c.c. (risolubilità del contratto per inadempimento), non avendo la Spa Iperclub adempiuto all’obbligazione assunta, va dichiarato risolto il contratto intercorso tra le parti e condannata la Società inadempiente al rimborso, in favore dell’attrice, della somma di € 991,35, quale somma pagata dalla stessa per il soggiorno non usufruito.
In merito alla richiesta di parte attrice del risarcimento dei danni non patrimoniali, nel caso de qua, non può essere applicata, così come richiesto dall’attrice, la normativa di cui al D.L.vo 6/9/05 n. 206 (codice del consumo) in quanto la settimana di vacanza dalla stessa prenotata (soggiorno in bilo 4 e pagamento il loco degli altri servizi) non rientra nella disciplina di cui agli artt. 82 e segg. Del D.L.vo citato. Detti articoli regolamentano i servizi turistici e si applicano ai pacchetti “turistici tutto compreso”, così come definiti dall’art. 84: “quelli che hanno ad oggetto i viaggi, le vacanze ed i circuiti tutto compreso, risultanti dalla prefissata combinazione di almeno due dei seguenti elementi: a) trasporto, b) alloggio, c) servizi turistici non accessori al trasporto o all’alloggio di cui all’art. 86 lett. i) (itinerario, visite, escursioni o altri servizi inclusi nel pacchetto turistico, ivi compresa la presenza di accompagnatori e guide turistiche) che costituiscono parte significativa del pacchetto turistico.
La pluralità di attività e servizi che compendiano la prestazione valgono, in particolare, a connotare la finalità che la stessa è volta a realizzare. Il trasporto o il soggiorno o il servizio alberghiero assumono, infatti, al riguardo, rilievo non già singolarmente e separatamente considerati, bensì nella loro unitarietà funzionale, non potendo al riguardo prescindersi dalla considerazione dei medesimi alla stregua della “finalità turistica” che la prestazione complessa di cui si sostanziano, appunto, quali elementi costitutivi, è funzionalmente volta a soddisfare.
Nel caso di specie, trova applicazione la Convenzione di Bruxelles del 23/4/70 (resa esecutiva in Italia con L. 27/12/77 n.1084) che regolamenta, tra l’altro, i contratti di intermediazione di viaggio: cioè, qualunque contratto tramite il quale una persona si impegna a procurare ad un'altra, per mezzo di un prezzo, sia un contratto di organizzazione di viaggio, sia uno o dei servizi separati che permettono di effettuare un viaggio o un soggiorno qualsiasi.
Nel contratto così concluso, le prestazioni ed i servizi si profilano come separati e vengono in rilievo diversi tipi di rapporto, prevalendo gli aspetti dell’organizzazione e dell’intermediazione in cui il “tour operator” che fa eseguire da terzi la prestazione del relativo contratto è tenuto alla diligenza di cui agli artt. 13 e 15 della legge citata. Perciò, detto tour operator, nella scelta del contraente esecutore deve valutare l’organizzazione e ogni circostanza concreta idonea a far presumere lo svolgimento del relativo servizio in conformità alla previsioni e all’affidamento fattone dal “vacanziere” nel rivolgersi ad esso quale organizzatore del soggiorno.
Pertanto, in applicazione degli artt. 13 e 15 della L.27/12/77 n.1084, non avendo la Spa Iperclub dimostrato di essersi comportata da organizzatrice diligente, ed avendo causato all’attrice un pregiudizio, è tenuta al pagamento della somma di € 762,00 giusta disposizione del comma 2 dell’art. 13 citato.
Le spese di giudizio seguono la soccombenza e vanno liquidate, d’Ufficio, come in dispositivo, tenendo conto della somma liquidata e della relativa tariffa per scaglione, nonché dell’attività processuale svolta.
La sentenza è esecutiva ex lege.

P.Q.M.

Il Giudice di Pace del Mandamento di Pozzuoli, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da (…) Lucia nei confronti della S.p.A. IPERCLUB, in persona del legale rapp.te pro-tempore, disattesa ogni altra istanza ed eccezione, così provvede:
1) accoglie la domanda e, per l’effetto condanna la S.p.A. IPERCLUB, in persona del legale rapp.te pro-tempore, alla restituzione, in favore di (…) Lucia, della somma di € 991,35, oltre interessi legali dal 12/8/06 fino al soddisfo, nonché al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali quantificati in € 762,00, oltre interessi dalla domanda fino al soddisfo;
2) condanna, altresì, la suddetta convenuta al pagamento delle spese processuali che liquida nella complessiva somma di € 1.450,00, di cui € 150,00 per spese, € 600,00 per diritti ed € 700,00 per onorari, oltre 12,50% ex art. 14 L.P., IVA e CPA se ed in quanto ricorrano i presupposti di legge per tale ripetibilità, oltre successive occorrende;
3) distrae la somma così liquidata per spese processuali a favore del procuratore anticipatario;
4) sentenza esecutiva ex lege.
Così decisa in Pozzuoli e depositata in originale il giorno 9 aprile 2008 al n. 613 del Mod. 16.
IL GIUDICE DI PACE
(Avv. Italo BRUNO)

DEPOSITATA IN CANCELLERIA
IL GIORNO 09 aprile 2008
IL CANCELLIERE

07/04/08

Tribunale di Torino 7 aprile 2008, Sent. n. 2579/08

Servizi di telefonia – Controversie tra gestori ed utenti – Tentativo di conciliazione – Domanda in sede ordinaria – Obbligatorietà.

Con riguardo ai servizi di telefonia, è improcedibile la domanda proposta in via ordinaria senza il previo espletamento del tentativo di conciliazione obbligatorio in base alle previsioni della legge n. 249/97 essendo la deroga a tale norma ammissibile solamente qualora venga proposta domanda in via cautelare.



Trib. Torino, 07/04/2008

Con riguardo ai servizi di telefonia, è improcedibile la domanda proposta in via ordinaria senza il previo espletamento del tentativo di conciliazione obbligatorio in base alle previsioni della legge n. 249/1997 essendo la deroga a tale norma ammissibile solamente qualora venga proposta domanda in via cautelare.

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